IN MEMORIA DI DANIEL FARIA IN MEMORIA DI DANIEL FARIA      

 

GIUSEPPE MEA

 

 

Daniel Faria è stato mio studente di Lingua Italiana I e II ed è stato uno dei più brillanti alunni che io abbia mai avuto nella mia più che trentennale attività didattica.

Ricordo di lui la figura esile, gli occhi dolci, il parlare sommesso.

Uno stupido incidente domestico – come ha scritto qualcuno – l’ha portato in cielo anzitempo, a soli ventotto anni.

Ha ragione Menandro quando dice: “Muor giovane colui ch’al cielo è caro”.

 

In memoria di Daniel Faria mi sono permesso di tradurre in italiano alcuni suoi versi.

 

 

 

Lascio il corpo all’ombra del fiore più alto

Intorno ad una lampada

Spenta. Accendo la morte.

Sono un filo a piombo, una nuvola

Passeggera

Una casa aperta e chiusa

 

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Annuncio e perisco.

Pietra rotonda

Rimossa e

Rotonda.

Seme dopo morte. Dopo la mano dell’uomo. Pane e

Pietra

Rimossa e

Rotonda.

Paesaggio aperto. Fianco aperto.

Pietra aperta

Rotonda e

Rotonda.

 

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1

Se accenderò la luce

Non morirò solo

 

2

Anche se si  addormenteranno i pastori

Non si dovrà smarrire la canzone

Del forestiero

 

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LABIRINTO I

 

Non dividerò più

Gli uccelli – il canto e le ali –

Per trovare il peso esatto

Del corpo che si erge

 

Non ritornerò vicino alle onde

Nè ai capelli ondulati della donna

Costruirò il labirinto per la morte

Stendere il corpo sulla polvere per morire

 

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L’uomo lancia la rete e non divide l’acqua

Il povero allunga la mano e non divide il regno

 

È tempo di raccolta e non ho una messe

Nè un piccolo germoglio di olivo

 

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Conserva il mattino

Tutto il resto si può disperdere

 

Perché tu sei la metà mattina

Il punto più alto della luce

In esplosione

 

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SPIEGAZIONE DEL POMERIGGIO

 

Un ragazzo fischia, la luce china. la testa.

I carri  cigolano piangendo

L’aria stanca dei buoi.

Muore il pomeriggio, il ragazzo fischia

 

Lontano lontano da qui

 

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SPIEGAZIONE DELLE MAREE

 

La nave attraversa il senso dei corpi

 

Le case vomitano la luce dalla finestra

Della  nausea delle case naufragano

Le donne

 

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SPIEGAZIONE DELL’UOMO

 

Non mi curva la vecchiaia né il peso del cranio

Ma gli occhi stanchi nel dolore di non vederti.

Il suolo è divenuto l’ultimo paesaggio.

Nella terra più lontana ti alzi

E vedo ergersi la polvere dai tuoi piedi.

 

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SARA

 

Sara si siede sui gradini delle case distrutte

 

Sara è il nome del deserto

È il nome della vite sterile

È il nome nell’attesa di avere figli

 

Sara è vecchia di essere

Sola. È seduta e disfa

Il lembo delle sue vesti

 

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DAL LIBRO DEI SOLILOQUI 2

 

Di foschia siamo. Vanità, scintilla

Favilla di quel che si estingue, ciò che si spegne

Innumerevole nulla

 

Mi colpisci con la stessa pietra che mi dai

Per il riposo

 

Mi pestano gli zoccoli del cervo in fiamma

Le corna  impigliate nel fuoco

 

Dal tatto cerco la via delle acque

Cieco – e gli occhi che si vogliono aprire

Come le piaghe

 

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Ti amo nell’intenso traffico

Com tutto l’inquinamento nel sangue.

Ti espongo volentieri

Il luogo che solo respira nella tua bocca

O verbo che amo come la pronuncia

Della madre, dell’amico, della poesia

In pensiero

Con tutte le idee della mia testa mi metto nel silenzio

Delle tue labbra.

Modellami a partire dal palato della tua bocca

Perché presento che ti posso sentire

Nel firmamento.

 

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Ti amo come un pianeta in rotazione diffusa

E voglio fermarmi come il servo incollato alla terra.

Fragile ceramica di pori soffiati nel tuo alito

Orcio che alzi nella tua mano di vasaio

Calice che non hai potuto allontanare da te.

 

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Senz’altra parola per mantenimento

Senz’altra forza dove generare la voce

Scala tra il pozzo che hai scavato in me e la sete

Che hai scavato nel mio canto, ti amo

Sono cetra per suonare le tue mani.

Puoi dirmi d’un fiato

Frase in silenzio

Uomo che visiti

O linfa che aspergi le particelle del fuoco

O luce in tutta la casa e nel paesaggio

Fuori casa

Pietra dell’edificio dove trovo

La porta per entrare

Candelabro che mi vieni abbagliando

Sole

Che quando sei notturno cammino

Com la notte nelle mie mani per avere luce.

 

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Ti amo in questa idea notturna della luce nelle mani

E voglio cadere in disuso

Fondermi completamente.

Attendere il bagliore della tua venuta, la stella, il tuo angelo

I fuochi celesti che la candela umana non uguaglia

Che gli occhi della persona amata non fanno diementicare.

Amo così grandemente l’idea del tuo volto che penso di vederti

Voltato verso di me

Inchinato come il bambino che vuol ritornare alla terra.

 

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Ti amo nella carne che hai preso dalla terra che spiano

Con le mani

Con le parole che scrivo e cancello

Sulla sabbia, nel cervello

Ti amo come il cervello  ferito

Pensandoti

Rimedio che spargi in me la tua medicina, la morte

Nel mio corpo. Finché io riposi come infermo

Sul tuo letto. Amo febbrilmente amo il giorno

In cui mi dirai: Molla

Il tuo pagliericcio – E cammini

 

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Amo il cammino che stendi dentro le mie stanze

Ignoro se un uccello morto continua il suo volo

Se si ricorda dei movimenti migratori

E delle stagioni

Ma non m’importa ammalarmi sul tuo grembo

Dormire all’addiaccio tra le tue mani.

 

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Potrei anche aver scritto di aver provato nel deserto

Il silenzio, il diluvio

 

La piccola penisola d’acqua

Che il silenzio non asciuga

 

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Vedo il muratore sotto la pioggia che apre acquedotti verso il cuore

Vedo il pastore che allinea orifizi sulla canna del giunco

Vedo i gesti del muto che dispone il silenzio

 

 

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